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CAVARZERE

Caso Lucano: l’umanità del magistrato cavarzerano

Permunian ha indagato su Mimmo Lucano. Ha scelto Locri per il suo primo incarico in procura

Il magistrato cavarzerano che ha chiesto la condanna di Lucano

Michele Permunian magistrato di Cavarzere

04/10/2021 - 00:07

 “Umanamente, mi dispiace molto. Vivo un conflitto interiore, come persona e come magistrato, comprendo il peso di una pena del genere: quando ho chiesto 7 anni e 11 mesi, sapevo che c’era il rischio di una condanna più alta”.

Lo confessa in un’intervista a Repubblica Michele Permunian, di Cavarzere, il pubblico ministero dell’inchiesta su Mimmo Lucano. Il giovane magistrato, 38 anni, ha scelto la locride per “farsi le ossa”. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza a Padova e poi la specialistica sempre nell’università patavina, ha collaborato con diversi studi legali delle province di Padova e Rovigo ed è iscritto al foro polesano degli avvocati. Entrato in magistratura nel 2018, al suo arrivo nella procura di Locri, ha trovato il fascicolo a carico di Lucano, sindaco di Riace.

“A Lucano sono stati contestati più di 22 reati. Il problema non sono i finti matrimoni. Qui ci sono varie forme di peculato, truffa aggravata a danno dell’Unione europea. E poi è stata riconosciuta l’associazione a delinquere con altre 4 persone. E’ un processo molto tecnico ma l’opinione pubblica non vuole capire. Quei 13 anni vengono percepiti come assurdi e sproporzionati ma non c’è volontà di conoscere le carte”.

Permunian dice anche che “avevo fatto anche una ‘requisitoria-b’, in cui arrivavo a un conteggio finale di 15 anni, ma preferivo fosse il tribunale a pronunciarsi. Prudenzialmente mi sono tenuto basso. La pena ora sembra molto alta ma se si leggono il capo d’imputazione e i reati contestati, si scopre che non lo è perché - spiega ancora - se l’impianto accusatorio fosse caduto, la pena sarebbe stata al massimo di 4 o 5 anni. Ma nel caso di Lucano le accuse più gravi hanno retto. Si sono create quindi le condizioni per applicare il profilo della continuazione, l’articolo 81 del codice penale”.

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