VOCE
L’OPINIONE
16.01.2026 - 21:00
In Polesine il tema della dispersione scolastica continua a emergere con dati che collocano il territorio tra quelli più in difficoltà a livello regionale. I rapporti più recenti parlano di un numero ancora significativo di studenti che interrompono il percorso di studi, con un’incidenza maggiore negli istituti professionali ma segnali di fragilità presenti anche al liceo e negli istituti tecnici. Un fenomeno che non riguarda solo la scuola, ma che incide direttamente sulle prospettive dei giovani e, di riflesso, sul futuro del territorio.
Alessia racconta il problema partendo dalla propria esperienza diretta: “Ne ho sentito spesso parlare, anche perché nella mia classe diversi compagni hanno abbandonato prima del diploma. Secondo me è una scelta che dipende molto dallo studente: se non c’è motivazione, la scuola può fare poco”. Allo stesso tempo, riconosce il peso del contesto familiare ed economico: “Un aiuto esterno, come le ripetizioni o il sostegno dei genitori, può fare la differenza”.
Giacomo mette in relazione la dispersione con aspetti che riguardano il territorio e non solo la scuola: “Ne ho sentito parlare anche in relazione allo spopolamento della provincia. Molti giovani lasciano il Polesine per studiare o lavorare altrove, e non mi sorprenderebbe che qualcuno abbandoni anche prima per cercare un’occupazione”. Per lui, però, lasciare la scuola è “un autogol”, perché “viviamo in un mondo che richiede competenze, anche relazionali, e la scuola serve proprio a questo”. Tra i segnali da non sottovalutare indica “la disaffezione allo stare in classe, l’isolamento, la scarsa partecipazione alla vita di gruppo”.
Francesca considera il dato “molto triste”. Secondo lei, la risposta dovrebbe passare anche da percorsi alternativi: “Esistono progetti di educazione non formale, anche a livello europeo, che potrebbero aiutare chi fatica nei percorsi tradizionali”. E aggiunge una critica al sistema: “La scuola spesso non invoglia a restare, anche per atteggiamenti poco stimolanti. Il metodo andrebbe aggiornato, perché è rimasto fermo a molti anni fa e non sempre risponde alle esigenze dei ragazzi di oggi”.
Michela parla invece di una scelta personale, che però dovrebbe essere accompagnata da un confronto con la scuola e con la famiglia: “Ogni ragazzo fa le proprie scelte, però serve un sostegno da parte della scuola e della famiglia. Non è una decisione che riguarda solo il singolo, ha conseguenze sulla comunità”. Per lei il nodo è il dialogo: “Capire perché un ragazzo lascia, confrontarsi sulle sue capacità e trovare percorsi adatti. Parlare fa sempre bene, soprattutto quando mancano stimoli o prospettive”.
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