Cerca

la tragedia

50 anni fa l’orrore a Granzette

Il corpo ritrovato 15 giorni dopo vicino al Ceresolo. Il racconto di qei 15 giorni di angoscia

50 anni fa l’orrore a Granzette

Un giallo che dura da 50 anni. Il cold case di Granzette esattamente da mezzo secolo sta lasciando senza risposte una famiglia e un’intera comunità, che ancora prova i brividi solo a ripercorre i fatti del 15 aprile 1976 quando una ragazzina di 13 anni, Patrizia Tomasini, venne rapita e poi orribilmente trucidata; il corpo ritrovato un paio di settimane dopo, nei campi vicino a Sarzano, con il viso straziato da colpi inferti con violenza e filo di ferro attorno al collo. Un mistero che al di là di alcune piste investigative, non ha mai portato all’individuazione del colpevole, lasciando un alone di sospetti e domande irrisolte.

A Granzette chi ha più di 60 anni ricorda ancora quei giorni carichi di tensione e angoscia, con la frazione ai piedi dell’Adige continuamente passata al setaccio da carabinieri e polizia. Agenti e investigatori a fare domande a tutti, adulti, compagni di classe e amici della 13enne. Senza una traccia che potesse portare a risolvere il caso, avvolto da tinte noir e diffidenze, tanto che oggi ancora molti dei residenti di Granzette faticano a rievocare quei giorni, come a non voler rivangare paure e un dolore che per anni e anni si è respirato lungo le vie di Granzette.

Il rapimento Oggi sono esattamente 50 anni dall’inizio della tragedia. Il 15 aprile 1976 Patrizia Tomasini, 13 enne di Granzette, benvoluta da tutti, scompare. Le indagini successive appureranno che la ragazzina dopo aver preso il bus per raggiungere una compagna di classe in centro è stata vista scendere alla fermata sul Corso del popolo, davanti all’allora Upim. Anche se qualcuno sosterrà di averla vista scendere a quella prima. Poi il buio. In serata i genitori della ragazzina, non vedendola rincasare, telefonano a casa di amici, non trovando risposte avvisano le forze dell’ordine. E partono le ricerche. Che dureranno un paio di settimane.

“Ricordo - dice Caterina Casonato, di Granzette e che allora era la figlia del gestore del bar della frazione - il clima di quei giorni. Polizia e carabinieri sempre in paese a setacciare casolari e campagne, a sentire cittadini e giovani. C’era ansia, paura”. Francesco Verza, anch’egli di Granzette ricorda: “all’epoca avevo 18 anni, a Granzette ci si conosceva tutti, ricordo Patrizia, più giovane di me, come una ragazzina educata. Furono giorni tremendi, polizia ovunque per giorni, tutti con il cuore in gola. E nessuna risposta”.

Le indagini Le indagini sulla scomparsa di Patrizia diventano subito ricerche legate a quello che sembra un rapimento. A casa della madre Maria e del padre Vittorio, titolare di un’attività di commercio legata all’edilizia, arriva una telefonata in cui si dice che la figlia “ce l’abbiamo noi. Sta bene, ma servono 30 milioni di lire per il riscatto”. Pochi giorni dopo si scoprirà che probabilmente si trattava di un tentativo di depistaggio. Polizia, carabinieri, il giudice rodigino Dario Curtarello, indagano a 360 gradi. In paese qualcuno dirà di aver visto la ragazzina verso Lendinara, altre voci fanno riferimento al vicino ospedale psichiatrico. Nei giorni precedenti alcuni pazienti erano usciti per un pomeriggio di libertà, uno non aveva fatto rientro che dopo 4 giorni. Ma si tratta di piste che finiscono nel nulla. Di Patrizia ancora nessuna traccia. A Pasqua arriva una seconda telefonata al padre, i milioni per il riscatto salgono a 50.

Il precedente Granzette, e il resto del capoluogo, seguono con apprensione la vicenda. Che assume ancor più tinte pulp perché in paese nessuno ha scordato che circa un anno prima, appena al di là dell’Adige, a Boara Pisani, era stato ritrovato il cadavere di un 30enne rodigino con la testa fracassata. Un omicidio che alimenta paure, la sindrome del mostro. Girano voci di altri tentativi di aggressione. Insomma l’aria si fa sempre più pesante.

Sospetti Le indagini non tralasciano la cerchia delle persone più vicine a Patrizia. Il fatto che il riscatto sia esiguo sembrerebbe orientare i sospetti verso un gruppo di non professionisti o qualcuno che conosceva la famiglia, dato che la cifra non altissima pare coincidere proprio con una somma di cui il padre poteva disporre. Pare che a qualcuno avesse detto di averla messa da parte per delle operazioni commerciali o immobiliari. Prende corpo, quindi, l’ipotesi di un atto compiuto da qualcuno non estraneo alla comunità rodigina. Ma le ricerche girano a vuoto, come raccontano le cronache di quotidiani locali e nazionali che si occupano della vicenda.

L’orrore Il 28 aprile 1976 nelle campagne vicino a Sarzano, a pochi chilometri da Granzette, tre contadini trovano il corpo di Patrizia Tomasini. E’ nascosto in quello che allora si chiamava fosso Cavalli, poco lontano dal Ceresolo. Attorno al collo mezzo metro di filo di ferro, il volto violato da colpi inferti con ferocia, coperto col suo stesso giacchino. A lato una chiave del “14”, forse l’arma usata per ucciderla. La ragazzina è vestita come il giorno della scomparsa. L’orologio fermo sulle 17.10 del 16 aprile. Il corpo è coperto con sterpi e con un telo di nylon nero, probabilmente recuperato dall’assassino da una vicina carcassa di auto. Il cadavere è occultato anche dall’erba alta e per questo non era stato notato nei giorni precedenti. A segnalarne la presenza ai tre contadini le scarpe blu che spuntavano dall’erba. Gli esami successivi stabiliranno che Patrizia era stata uccisa, con tutta probabilità, il giorno stesso del rapimento. L’orologio si sarebbe fermato il giorno dopo, esaurita la carica a molla. Anche il modo in cui l’erba era piegata sotto il cadavere, di colore diverso rispetto a quella circostante, avvalorano questa ricostruzione.

Il funerale Lo sgomento è generale. I resoconti dell’epoca parlano di un funerale con circa 7mila persone, Granzette si stringe attorno alla famiglia Tomasini, devastata dal dolore. Polizia e carabinieri riprendono con telecamere e scattano foto, tra la folla potrebbe esserci anche l’omicida.

Il buio Dopo il ritrovamento del corpo della 13enne le indagini sono proseguite per cercare il colpevole. Ma senza esito. Le illazioni, i dubbi e le ipotesi si sono sprecate per mesi, anni. Scartata quasi subito la pista di un sequestro di persona finito male, la richiesta di riscatto era un depistaggio. L’ipotesi che a molti è sembrata la più plausibile è stata quella di una violenza isolata. Non un serial killer, piuttosto l’azione criminale e aberrante di qualcuno che forse conosceva la vittima e che si è accanito con violenza inaudita per un rifiuto. Patrizia era arrivata in centro a Rovigo nel primo pomeriggio, possibile quindi che avesse appuntamento con un conoscente. Lo stesso luogo del ritrovamento del corpo era un posto dove le coppiette erano solite appartarsi, e non è escluso che fosse stato scelto dal suo omicida perché lontano da sguardi indiscreti. In ogni caso da qualcuno che conosceva la zona.

Mistero e ricordi A 50 anni di distanza le risposte non sono arrivate. I sospetti hanno aleggiato nell’aria di Granzette per anni. Una tragedia che in molti hanno cercato di dimenticare. Eppure il ricordo di Patrizia Tomasini deve rimanere vivo, come ha detto Matteo Masin, consigliere comunale, in occasione dell’inaugurazione di una panchina rossa per sensibilizzare contro le violenze di genere. “Purtroppo - ricorda - anche a Rovigo, e a Granzette, anni fa c’è stato un femminicidio senza risposte. Manteniamo vivo il ricordo di Patrizia per fare in modo che non succeda mai più”.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400