VOCE
Lo studio
20.04.2026 - 06:30
Cyberbullismo per uno su due. Droga acquistata online. Videogiochi per quasi il 100% dei ragazzi-Ragazzi sempre più “digitali”. Che si relazionano al mondo dallo schermo dei propri telefoni. Dai quali non sempre arrivano le risposte sperate. Al punto che c’è chi si isola. Completamente. Arrivando a configurare la manifestazione più estrema di ritiro sociale, indicata con il termine giapponese “hikikomori”
Quello dell’impatto dei nuovi dispositivi sulla socialità in età giovanile e, ancora più, nell’adolescenza, è un tema delicato, complesso, gigantesco. Epocale. Perché i genitori di questi ragazzi non hanno sperimentato a quell’età le insidie dell’iperconnessione.
Ma lo spaccato che emerge dal monitoraggio sugli studenti fra i 15 e i 19 anni dell’Ulss 5 Polesana nell’ambito del progetto Espad, “European school survey project on alcohol and other drugs”, ha aspetti preoccupanti. “Circa un terzo degli studenti polesani - si legge nella relazione sullo studio, curata dalla dirigente psicologo del Serd di Rovigo Valeria Pastorello - ha dichiarato di aver preso parte almeno una volta nella vita ad atti di cyberbullismo, senza differenze di genere e con una frequenza che diminuisce all'aumentare dell'età. Una quota analoga, il 31,6%, riferisce tali comportamenti anche nell’ultimo anno. Quasi la metà degli studenti riporta di aver subito almeno un episodio di cyberbullismo nel corso della vita; la prevalenza diminuisce con l’età e non presenta differenze di genere. Nell’ultimo anno il fenomeno ha interessato il 46% degli studenti”.
Social usati come un’arma. Foto di giovani in formazione, con i loro dubbi e le loro fragilità, che finiscono per essere bersagli. E le conseguenze possono essere pesanti. Nel monitoraggio, si indaga anche il fenomeno del “ritiro sociale”, che riguarda quegli adolescenti che tendono a ridurre i contatti con l’esterno arrivando fino all’estrema scelta di rinchiudersi nella propria stanza, senza più uscire fuori, sostituendo i contatti con persone reali con un’assidua attività sul web che include la dedizione a videogiochi, la visione di film e serie streaming, e contatti solo virtuali, in una cerchia ristretta e “fidata”. Si tratta, appunto, dei cosiddetti “hikikomori”, che significa “stare in disparte” in giapponese, perché è proprio in Giappone che si è manifestato per la prima volta in modo diffuso questa forma di rifiuto della vita sociale.
Il dato che emerge dallo studio dell’Ulss Polesana è spaventoso: “Il 20,2% degli studenti dichiara di essersi isolato per un periodo significativo nel corso della vita, con una maggiore diffusione tra le ragazze (23,3% contro il 17,2% dei coetanei). Nell'ultimo anno, l'8% riferisce un ritiro di almeno sei mesi, senza differenze di genere”.
Come riporta Openpolis, un’indagine del 2023 dell’Istituto superiore di sanità sulle dipendenze comportamentali nella “Generazione Z” ha consentito di ricostruire la portata potenziale del fenomeno in Italia, attraverso un campione di studenti delle scuole secondarie nel contesto post-pandemico: “Nei 6 mesi precedenti la rilevazione, è emerso come potrebbero essere oltre 60mila le ragazze e i ragazzi con tendenza all’isolamento sociale, pari all’1,6% della popolazione studentesca tra 11 e 17 anni. E’ soprattutto tra le ragazze che il fenomeno incide di più: 1,9% tra le 11-13enni, 2,4% tra le adolescenti tra 14 e 17 anni. Nelle scuole superiori, ad essere più colpiti sono gli studenti degli istituti professionali e dei licei artistici (2,3%), a fronte dell’1,5% dei tecnici e dell’1,3% degli altri licei”.
Secondo Save The Children, “siamo in una società in cui si tende a semplificare e si vuole attribuire il ritiro sociale alla pigrizia, alla malattia o ai videogiochi. Sono tutti pregiudizi molto gravi che producono interventi sbagliati e anche l'aggravamento del problema. Le osservazioni fatte sulle famiglie dell'associazione hanno rilevato che si tratta invece di un fenomeno multifattoriale, che nasce da una combinazione di fattori individuali, familiari e sociali. Secondo Hikikomori Italia, ci sono alcune cause importanti per lo sviluppo di questo fenomeno: bullisimo, sopraffazione, alte aspettative da parte degli adulti. La scuola è il primo luogo che può aiutarci ad identificare i primi campanelli di allarme, in quanto è il luogo in cui il giovane può essere maggiormente esposto di bullismo e pressione sociale. Inoltre, il ragazzo può incontrare pressioni accademiche e sociali se appartiene a una famiglia con alte aspettative o attraversare una particolare esperienza traumatica, come una malattia o la perdita di una persona cara. In generale la percezione che un giovane hikikomori ha è quella di non riuscire a rispondere a tutte le richieste della famiglia e del mondo esterno con l’impossibilità di gestire la pressione sociale e il confronto con il mondo esterno. Stare nella relazione con l’altro diventa troppo difficile, fino a sottrarsi allo stress della lotta e della competizione, chiudendosi in sé stesso e nella in solitudine”.
Certamente il dato di un giovane su cinque che dichiara di essersi isolato per un periodo non corrisponde alla stima affidabile del problema in Polesine, mentre il fatto che l’8% riferisca di un ritiro di almeno sei mesi diventa purtroppo più vicino alla dimensione reale del fenomeno. Che rappresenta, quindi, un problema grave, da non sottovalutare.
Fra l’altro, nel monitoraggio dell’Ulss si spiega anche come “il gioco ai videogame è molto diffuso tra i ragazzi: il 96% dei maschi e l'83,2% delle femmine ha giocato almeno una volta nella vita, e il 73,4% riferisce un uso nell'ultimo anno. Anche in questo ambito il gradiente di genere è molto marcato, con livelli di pratica nettamente superiori tra i maschi in tutte le classi d'età”.
E in questi giorni di primavera si può notare un fenomeno quasi nuovo. Gruppi di ragazzini che sciamano, poi si siedono e invece di parlarsi, ognuno tira fuori il proprio telefono per giocare insieme. Vicini, ma lontanissimi. Con scambi mediati dallo schermo.
Proprio mercoledì 29 aprile alle 21 al teatro San Bortolo si parlerà anche di questo, nell’incontro “Il Diavolo in Tasca: genitori e figli prigionieri del telefonino”, che vedrà come protagonista il giornalista e scrittore Carlo Verdelli in dialogo col giornalista Claudio Sabelli Fioretti.
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