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GUERRA MEDIO-ORIENTE

Bufera sui rimpatri, compensi ai legali nel mirino

Scontro politico e nodo diritti nel decreto sicurezza

Bufera sui rimpatri, compensi ai legali nel mirino

Il decreto sicurezza approvato dal Senato accende un duro confronto politico dopo l’introduzione di un compenso destinato agli avvocati che assistono i migranti nei rimpatri volontari. La norma prevede un pagamento di 615 euro, riconosciuto solo in caso di effettivo rientro nel Paese d’origine, con fondi già stanziati per i prossimi anni. Il provvedimento coinvolgerebbe anche il Consiglio nazionale forense nei programmi del Viminale, ma l’organo di rappresentanza dell’avvocatura prende le distanze, dichiarando di non essere stato informato in alcuna fase dell’iter e chiedendo la cancellazione di ogni riferimento al proprio ruolo.

Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge entro il 25 aprile, mentre il governo accelera per chiudere l’iter anche ricorrendo alla fiducia. Sul provvedimento pesano oltre 1.200 emendamenti presentati dalle opposizioni, che contestano l’impianto complessivo della norma, giudicata lesiva delle libertà, con particolare attenzione alle restrizioni sulle manifestazioni e alle nuove tutele per le forze dell’ordine.

Al centro del confronto politico finisce la misura sui rimpatri. Le opposizioni parlano di incentivo economico che rischia di condizionare il rapporto tra avvocato e assistito. Viene sollevato il timore di un possibile conflitto di interessi, con ripercussioni sui diritti dei migranti e sull’immagine della professione legale. C’è chi definisce la norma incostituzionale e denuncia un avvicinamento a modelli di gestione dei rimpatri giudicati estremi, chiedendo l’intervento del presidente della Repubblica.

Il decreto, varato a febbraio, resta al centro di polemiche fin dalle prime fasi. Tra i punti più controversi emergono il fermo preventivo fino a dodici ore in occasione di manifestazioni, nuove disposizioni sul possesso di armi da taglio e strumenti giuridici per l’ordine pubblico, oltre all’ipotesi di misure marittime per il controllo dei flussi migratori. Un pacchetto che continua a dividere il Parlamento e alimenta il confronto sul bilanciamento tra sicurezza e diritti.

Il decreto sicurezza approvato dal Senato accende un duro confronto politico dopo l’introduzione di un compenso destinato agli avvocati che assistono i migranti nei rimpatri volontari. La norma prevede un pagamento di 615 euro, riconosciuto solo in caso di effettivo rientro nel Paese d’origine, con fondi già stanziati per i prossimi anni. Il provvedimento coinvolgerebbe anche il Consiglio nazionale forense nei programmi del Viminale, ma l’organo di rappresentanza dell’avvocatura prende le distanze, dichiarando di non essere stato informato in alcuna fase dell’iter e chiedendo la cancellazione di ogni riferimento al proprio ruolo.

Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge entro il 25 aprile, mentre il governo accelera per chiudere l’iter anche ricorrendo alla fiducia. Sul provvedimento pesano oltre 1.200 emendamenti presentati dalle opposizioni, che contestano l’impianto complessivo della norma, giudicata lesiva delle libertà, con particolare attenzione alle restrizioni sulle manifestazioni e alle nuove tutele per le forze dell’ordine.

Al centro del confronto politico finisce la misura sui rimpatri. Le opposizioni parlano di incentivo economico che rischia di condizionare il rapporto tra avvocato e assistito. Viene sollevato il timore di un possibile conflitto di interessi, con ripercussioni sui diritti dei migranti e sull’immagine della professione legale. C’è chi definisce la norma incostituzionale e denuncia un avvicinamento a modelli di gestione dei rimpatri giudicati estremi, chiedendo l’intervento del presidente della Repubblica.

Il decreto, varato a febbraio, resta al centro di polemiche fin dalle prime fasi. Tra i punti più controversi emergono il fermo preventivo fino a dodici ore in occasione di manifestazioni, nuove disposizioni sul possesso di armi da taglio e strumenti giuridici per l’ordine pubblico, oltre all’ipotesi di misure marittime per il controllo dei flussi migratori. Un pacchetto che continua a dividere il Parlamento e alimenta il confronto sul bilanciamento tra sicurezza e diritti.

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