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LA TESTIMONIANZA

E' rimasta con gli anziani che assisteva, entrambi positivi. Lui non ce l'ha fatta. L'angoscia e la lotta

Chiara Raffelli, assistente familiare di due anziani racconta la sua esperienza lontana dalla famiglia a lottare con loro contro il virus

E' rimasta con gli anziani che assisteva, entrambi positivi. Lui non ce l'ha fatta. L'angoscia e la lotta

Il Coronavirus ha lasciato il segno nella piccola comunità di Ca’ Emo strappando alla vita Giuseppe Zanirato, deceduto l’11 aprile scorso, all’età di 96 anni. Viveva insieme alla moglie Egle, un anno più giovane. Conducevano una vita tranquilla e serena grazie alle cure affettuose e all’assistenza portate da una giovane mamma del paese: Chiara Raffelli, 39 anni. Tutti e tre sono caduti nella rete del contagio del virus, un tunnel di sofferenza, angoscia e paura: Giuseppe non ce l’ha fatta, le due donne sono definitivamente uscite. Così Chiara racconta la sua angosciante esperienza con una toccante testimonianza pubblica su “Abc” il mensile della biblioteca del paese curato da Giosuè Paggioro.

“Ho ereditato dai miei genitori – esordisce Chiara – la capacità e il coraggio di affrontare la vita in maniera positiva, ma mai come in questo periodo la parola positiva fa paura. Lavoro come assistente familiare per una coppia di anziani del paese: Giuseppe di 96 anni e la moglie Egle di 95. Arriva l’8 aprile: il medico di famiglia comunica che Giuseppe è risultato positivo al Covid-19. Il pavimento sotto di me è crollato e mi ha inghiottito. Mi hanno subito messo in isolamento fiduciario insieme a Egle ed è li che decido di affrontarlo a casa della famiglia per cui lavoro per non rischiare né di infettare la mia famiglia né per lasciare sola l’anziana signora”.

Seguono giornate di angoscia con quella spada di Damocle sulla testa per il timore di essere positiva al Coronavirus e di aver contagiato qualche familiare e altre persone. “Comincia per noi (Chiara ed Egle, ndr) una ‘convivenza separata’ fatta di guanti, mascherine, candeggina e alcool. I sintomi non erano debilitanti, ma il pensiero di poter essere, anche noi positive, si stava sempre più insediando nella mia testa, insidiando la mia mente. Sabato 11 aprile giunge la notizia che Giuseppe non ce l’ha fatta. Seguono i giorni più difficili. Arriva il 16 aprile, il giorno del verdetto: entrambe positive”.

Finisce l’angosciante attesa, sopraggiunge un attimo di sconforto ma subito lascia il posto alla voglia di combattere. Così la 95enne Egle e la 39enne Chiara vanno in trincea insieme e non si arrendono, pronte a sfidare l’invisibile quanto terribile virus.

“Le prime sensazioni – ricorda Chiara - sono state di dispiacere e paura di aver infettato a mia volta qualcun altro, fortunatamente i miei contatti sono risultati tutti negativi. E’ seguito un attimo di smarrimento perché sapevo che nei successivi 15/20 giorni non avrei potuto né abbracciare né annusare le mie creature. Si, dico proprio annusare: una mamma lo sa, non è un profumo che si può descrivere, ma è l’odore inconfondibile dei propri figli, quello che vuoi sentire quando, dopo una lunga giornata frenetica, ti metti sul divano e ti accoccoli con i bimbi. Una mamma lo sa”.

Intanto “i giorni passano lenti tra igienizzazioni e programmi Tv, ma ogni giorno attendo con trepidazione le 21, ora in cui mio marito Andrea viene al cancelletto con i bimbi e così posso almeno sentire le loro voci raccontarmi la giornata. Sorrido ad ogni loro racconto, per non farli preoccupare, anche se, dentro, il cuore crepa di dolore per non poter allungare la mano al di là di quel cancello per una carezza. Quando poi si girano per andare a casa, rientro in casa con la consapevolezza che un altro giorno è passato ed è uno in meno che mi divide dal riabbracciarli”.

Che cosa resta di quella esperienza? “Il silenzio di quelle interminabili giornate mi ha insegnato ad ascoltarmi, ma ascoltarmi da dentro, ricordandomi quanto nella vita andiamo di fretta perdendoci momenti preziosi e quanto spazio diamo alle inutili arrabbiature, quando invece la comprensione e il rispetto rendono tutto più semplice e armonioso. Non ho scelto io di ammalarmi, sono stata una conseguenza ad una mancanza di comunicazione, ma scelgo io come affrontare le giornate che seguono anche dopo la totale negativizzazione avvenuta l’11 maggio”.

Chiara Raffelli conclude con un appello: “Vi chiedo, cari paesani, a fronte di tutta la mia storia, mettete la mascherina, guanti e mantenete le distanze sociali di sicurezza per voi, per noi e per tutti”.

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