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Occhiobello

Ecco chi pagherà il "disastro" dell'Outlet

Dopo la richiesta di Concordato in bianco, tempi grami per chi deve avere soldi

Ecco chi pagherà il "disastro" dell'Outlet

Alla fine quello che era sotto gli occhi di tutti è venuto a galla: l’Outlet di Occhiobello è coperto dai debiti; le promesse di rilancio che si sono susseguite mese dopo mese fin dall’inaugurazione erano parole al vento, messe lì evidentemente (ma si era capito) solo per prendere tempo.

E che l’ultima carta è quella di cedere (ai “famosi” e misteriosi americani? Mah) il tutto, ma pulito da gran parte dei debiti. Tradotto significa che a pagare il disastroso avvio della struttura, e il perseverare in un disastro annunciato fin dal primo giorno, saranno i fornitori. Anche le banche, certo, ma quella del credito è un’altra partita. I fornitori, dicevamo, e fra loro ci sono anche un bel po’ di piccole aziende polesane, che avevano iniziato a premere sulla società con i primi decreti ingiuntivi che stavano per tramutarsi in pignoramenti.

E' quello che emerge dalla richiesta di “concordato prenotativo” presentata al Tribunale di Rovigo (leggi l'articolo)

A scanso di qualsiasi equivoco il concordato “prenotativo” o “in bianco” è una formula ammessa dalla legge e perfettamente legale, che si richiede al tribunale per avere il tempo di mettere in piedi un piano di rilancio aziendale e un “riparto” del debito da proporre ai creditori bloccando le richieste di fallimento che erano nell’aria, con i decreti ingiuntivi già emessi.

Creditori che in gran parte - come insegnano anche recenti episodi di cronaca proprio in Polesine (ad esempio il caso Guerrato) - si vedranno riconosciuta solo una piccolissima parte di quanto vantato.

E' evidente che da qui a cantare vittoria, come fanno alcuni dalle parti di Occhiobello, o dal presentare la richiesta di concordato come una "buona notizia" ce ne passa, visto che alla fine a pagare sarà chi ha fatto credito proprio all'Outlet (a partire dalle imprese che ci hanno lavorato e che si troveranno - se va bene - di fronte ad una proposta di "saldo e stralcio").

Non solo. In questa vicenda c'è un altro particolare che stride: l’opzione della richiesta di concordato - e lo dicono gli stessi dirigenti dell’Outlet - era “in programma”, ma evitano di dire che era stata pianificata già da tempo. Per la precisione dal 22 febbraio scorso quando, di fronte ad un notaio di Comacchio, era stato redatto l’atto con cui l’amministratore unico determinava di presentare la domanda di ammissione alla procedura di Concordato preventivo.

Tutto legale, per carità. E’ chiaro però che la società aveva già deciso cinque mesi fa di bloccare i creditori, ma nel frattempo ha continuato evidentemente a macinare perdite e ad accumulare debiti (che ora verranno saldati solo in parte).

Spetta ora al giudice la fissazione di un termine entro il quale la società dovrà sottoporre ai creditori un piano di riparto del debito accompagnato dalla documentazione per il rilancio dell'azienda.

E anche la data di presentazione della richiesta (l'ultimo giorno di luglio) non appare casuale: con il periodo feriale dei tribunali alle porte, la decisione potrebbe slittare a inizio settembre. Poi, se la richiesta verrà ammessa, ci saranno da 60 a 120 giorni di tempo per presentare il piano.

Quel che è certo è che i piccoli fornitori vedranno ben poco del proprio credito. E per un’impresa come l’Outlet che deve stare sul territorio, anche se riuscisse a venire fuori da questo mare di debiti, non sarebbe un bel biglietto da visita.

Americani o non americani.

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