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Polacque, un pasticcio alla polesana <br/> Grassia e Bordin: "Ci siamo astenuti"

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ROVIGO - L’affaire Polacque prende sempre più le sembianze di un pasticcio. Un colossale pasticcio, perché ha portato ad un’inchiesta della magistratura che coinvolge ben 192 amministratori locali, quasi tutti i sindaci e i consiglieri comunali della provincia di Rovigo.

Alla base c’è la delibera con cui l’assemblea di Polacque votò il passaggio delle reti alla società che gestisce la rete idrica. Una delibera preceduta dalle delibere dei vari consigli comunali, o giunte, che diedero l’ok all’operazione.

Le delibera dell’assemblea dei sindaci si basava su pareri legali chiesti, ma poi forse superati da provvedimenti legislativi di cui non è facile tenere il conto. In sostanza Polesine Acque per sistemare il proprio bilancio dovette ricorrere ad una patrimonializzazione, ottenuta con l’affidamento delle reti idriche dai comuni alla società. Un’operazione che però si scoprì essere irregolare, tanto che si arrivò all’autosanatoria di restituire le reti ai comuni, che poi le diedero, ma solo in concessione, a Polesine Acque. La cosa però oltre ad attirare lo sguardo della Guardia di Finanza e della Corte dei Conti per il sospetto di un danno erariale (le reti idriche sono un bene demaniale di cui i comuni non possono disporre), portò anche all’apertura di un’inchiesta penale.

Il parere legale a Polacque venne fornito dallo studio Domenichelli di Padova. “Il problema - spiega Massimo Bordin, che nel 2009 era sindaco di San Bellino, e assieme a pochi altri si astenne - è che quando il parere venne richiesto la normativa sembrava permettere un’operazione del genere, nel 2009, invece io ed altri avemmo molte perplessità. Per questo ci siamo astenuti. L’operazione non ci convinceva, non eravamo affatto convinti che fosse possibile cedere le reti idriche alla società. Avevamo ragione, anche se allora l’obiettivo era quello di salvare Polesine Acque, occorreva salvare la gestione della nostra acqua, i posti di lavoro. Fu fatto tutto in buona fede”.

“Io - dice Giorgio Grassia, sindaco di Castelguglielmo, un altro dei pochi astenuti - mi sono astenuto perché se una cosa non mi piace non la faccio, e quella operazione non mi piaceva”.

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