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Ande, bali e cante

Stella racconta un Polesine che non c'è più

Il grande giornalista ha aperto il festival rodigino raccontando la storia del nostro territorio negli anni 50.

Stella racconta un Polesine che non c'è più

10/12/2016 - 16:06

di Luca Crepaldi

“Quelli che erano a bordo del Britannia erano convinti che le strade a New York fossero lastricate d’oro. Non sapevano non solo che non erano lastricate d’oro, ma che non erano neanche lastricate e che sarebbe toccato a loro lastricarle”.

Storia tragica di emigrazioni di massa, di povertà, ma anche di ottimismo, di politici sobri di costumi, nel coinvolgente racconto sull’Italia del dopoguerra, del giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, intervenuto venerdì 9 dicembre alla prima giornata del Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante”.

Dopo l’apertura della mostra-mercato di strumenti musicali a Sant’Agostino, un vastissimo pubblico si è concentrato al teatro Duomo per l’incontro col noto giornalista veneziano ma originario di Asiago, che non ha deluso. A fare gli onori di casa, il presidente della Minelliana Mario Cavriani, il direttore artistico del festival Roberto Tombesi, l’assessore alla cultura della Regione Veneto Cristiano Corazzari e l’assessore agli eventi del comune Luigi Paulon.

Prendendo le mosse dall’ambientazione del suo romanzo del 2005, “Il maestro magro”, in cui il protagonista sapeva suonare la fisarmonica, Stella ha tracciato uno spaccato a tratti crudo, a tratti divertente dell’Italia degli anni ’50, con titoli di giornale e documenti veri dell’epoca. Il maestro Osto si trasferisce dalla Sicilia in Polesine, perché era una terra povera almeno quanto la sua, e poi verso Torino. “Adolfo Rossi, grandissimo giornalista che era di Lendinara - racconta Stella - scrive nel 1900 che quando in una stalla del Polesine moriva di malattia una mucca o un bue ed il veterinario ne ordinava il seppellimento, quando si allontanava, 20-30 contadini armati di badili e accette si precipitavano a dissotterrare la bestia e sezionarla. C’era tanta fame e miseria”.

Il dopoguerra si lascia dietro le città in macerie e una scia di dispersi nominati nella rubrica “Chi li ha visti?” della Domenica del corriere, fino al 1955. “Nel 1954 il reddito era di 140mila lire l’anno - dice Stella - 183 lire al giorno. Un chilo di pasta costava 130 lire ed un uovo 34: lavorando un giorno si poteva comprare una dozzina di uova”.

L’alluvione diede poi il colpo di grazia al Polesine già in difficoltà. “Riprese l’emigrazione verso il triangolo industriale - racconta Stella - il Veneto è l’unica regione italiana che tra i due censimenti del 1951 e del 1961 ha perso abitanti. Il Polesine perse 81mila persone, che ritroviamo nei casermoni o negli hangar di Torino, dove l’estate era infernale, e nelle stalle che allora erano abbandonate della reggia di Venaria Reale, oggi quinto polo museale italiano”.

“Ma c’era anche ottimismo e l’idea che tutto era possibile, come andare sulla luna in tre ore e 27 minuti, come titolava un giornale nell’ottobre 1950. Poi c’erano storie incredibili. Un giovanissimo Enzo Biagi - narra Stella - scrive che ad Arquà Polesine c’era un gruppo di monelli che si facevano chiamare ‘gli indiani di Arquà’ che sfidavano le loro madri persistendo nel non tagliare l’unghia dell’alluce e bucando tutti i calzini!”.

Poi c’erano gli esempi di sobrietà di politici d’altri tempi e Stella riporta Ennio Flaiano: “Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi - ricorda - prendeva mezza pera perché gli sembrava troppo grande. Qualche anno dopo salì alla presidenza un altro e per l’Italia cominciò l’era delle ‘pere indivise’”. E dopo aver parlato di tanta fame e povertà, ha fatto centro l’omaggio di prodotti tipici polesani di Confagricoltura al giornalista veneziano.

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